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Dino Amenduni

Un mondo di cui non sono affatto soddisfatto, ancor meno se penso che in parte ne sono co-protagonista. La parte meno empatica del capitalismo sta dominando e sta portando una serie di storture che non mi piacciono per niente: attenzione sempre maggiore al breve termine a discapito delle visioni; aspettative di irruzione sui tempi e le vite degli altri incompatibili con una buona qualità della vita, ansia generalizzata.

Simone Borsci

Un mondo in cui gli esseri umani dovranno competere con intelligenze artificiali disegnate da esperti che credono che per rendere trasparente il funzionamento degli agenti artificiali alle persone significhi pubblicare i diagrammi di relazione fra codici e operazioni. Quindi un mondo che avrà sempre bisogno di designer ed esperti di UX research per avvicinare innovazione e persone.

Laura Bortoloni

Ogni tanto uso la metafora del cartografo esploratore per spiegare il lavoro di progettazione: il designer è chi disegna la rappresentazione di un luogo mentre lo impara a conoscere. Se questo è vero, mi sembra che i confini di questo mondo siano ancora troppo chiusi.

Cesare Bottini

Potenzialmente un mondo migliore, per adesso diciamo più interessante. Viviamo una transizione epocale nella quale siamo costretti a ripensare gran parte delle nostre certezze, dei comportamenti, dei valori, come se il tempo stesse scadendo. Se guardiamo la Piramide di Maslow — e sia chiaro che la cito solo per darmi un tono, come Woody Allen cita McLuhan — si capisce come abbiamo iniziato il processo di trasformazione prendendola alla larga, partendo da quelle industry che con i loro prodotti e servizi coinvolgono i bisogni sul vertice, legati alla realizzazione di se’, alla stima o all’appartenenza sociale. Adesso però siamo arrivati velocemente alla base, dove il vestirsi (fashion), nutrirsi (food) e spostarsi (mobility/automotive) richiedono un ripensamento sostanziale. Quando tocchi i bisogni primari stai ridefinendo la società nelle sue fondamenta; noi che ci diciamo human-centered, dovremmo sentire e vivere questa trasformazione forse più di altri e forse un po’ prima. Non credo sia un caso, ad esempio, che le nuove auto elettriche più interessanti e con contenuti più innovativi vengano dai nuovi marchi come Tesla, Polestar e Rivian, quelli che cioè non sono appesantiti da un heritage storico ingombrante. È il momento di osare. Se non ora, quando?

Laura Bustaffa

Quello in cui viviamo. Un mondo che spinge in certe direzioni e resiste a certi cambiamenti. Noi siamo parte di entrambe queste forze motrici.

Valentina Catena

Spero un mondo in cui non ci dimentichiamo delle uniche cose che veramente contano: la bellezza (dentro e fuori di noi) e il senso di meraviglia.

Paolo Ciuccarelli

Migliore, ma solo per alcuni. Troppo divario, e troppo centrato sull’uomo.

Daniele De Cia

Dipende dalla parte di mondo in cui stiamo vivendo. Visto dall’Europa, direi che stiamo cercando di diventare — o mantenerci — la miglior versione possibile di noi stessi.

Matteo De Santi

Un mondo infinitamente più ricco di opportunità, ma in cui è sempre più complicato riuscire a cogliere, appunto, le opportunità. Ma la domanda (a cui io non so dare riposta) è piuttosto: ce lo stiamo costruendo noi (la gente che lo abita) questo mondo, o ce lo stiamo facendo costruire da interessi e obiettivi che alla fine quasi nessuno condivide?

Federica Fragapane

Stiamo costruendo un mondo imperfetto, in cui le disuguaglianze sono ancora troppo forti. Abbiamo fatto dei progressi, ma dobbiamo migliorare e non dobbiamo tornare indietro. Se poi riuscissimo anche a non distruggerlo questo mondo non sarebbe male.

Carlo Frinolli

Questa è tosta. Noi designer stiamo cercando di costruire un mondo inclusivo e, allo stesso tempo, antropocentrico. Che è, paradossalmente, un problema. Allargando la prospettiva, l’era che stiamo vivendo, che qualcuno ha battezzato Antropocene, mostra tutti i limiti della dominazione umana sul pianeta. Una specie largamente minoritaria per numeri e spazi occupati, che consuma come una Ritmo Diesel del 1982: ‘na cifra. Allo stesso tempo stiamo costruendo tecnologie che, potenzialmente, potrebbero aiutare — e non risolvere da sole — a eliminare problemi causati dalla nostra specie. In teoria, è già successo nella storia, in pratica abbiamo — sempre come specie — fallito spesso. Quando parlo di tecnologie non sto necessariamente parlando di ferraglia con obsolescenza programmata, che si può acquistare su un qualunque e-commerce, ma piuttosto di quelle capacità di applicare scoperte scientifiche verso qualche scopo. Voglio citare un collega a cui devo tanto, Vincenzo Di Maria (ma non diteglielo): progettare è un atto politico, nel senso che dobbiamo prendere delle decisioni e queste hanno senz’altro delle conseguenze su quello che ci circonda. Quindi penso che molti di noi vorrebbero costruire un mondo a misura d’uomo, e magari sarebbe interessante provare a farlo in armonia con il resto dell’ambiente che ci circonda. Non solo perché in fondo è giusto, ed è allo stesso modo orchestrazione, ma anche perché sennò come specie ci estinguiamo in 3, 2, 1…

Clementina Gentile

Un mondo fluido e veloce, che scorre tante informazioni e azioni e che le trattiene alla velocità di un click. Ma il prezzo della velocità e della facilità è a volte una superficialità lucida e attraente, che nasconde un vuoto di senso e una invisibile quanto pericolosa marginalizzazione dei più deboli.

Marco Giglio

Lavoriamo per innovare. Con l’ambizione e il desiderio di avere impatto, attraverso le nostre scelte, nella creazione di valore e nella promozione di un mondo migliore. Ma cos’è l’innovazione? In un epoca di rapidissimi e drastici cambiamenti -oggi più che mai ne siamo testimoni- le aziende per stare sul mercato hanno bisogno di nuovi significati, di una nuova promessa per i clienti in risposta ai loro bisogni attuali o latenti. Se la risposta a questi bisogni sarà rilevante, abbandoneremo il comportamento vecchio per il nuovo generando così innovazione. L’innovazione è quindi un risultato di una ricerca di rilevanza, e non esiste senza adozione. Pensando a cosa sarà rilevante domani ci scopriamo ad un bivio in cui possiamo immaginare la tecnologia come un attore che ci disintermedierà completamente oppure un abilitatore che potenzierà al massimo capacità tipicamente umane come creatività, intuizione, networking e capacità decisionali in condizioni mutevoli e complesse. A mio avviso la strada da prendere è già scritta. Passeremo da un’era in cui la tecnologia ci rendeva meno umani ad una in cui ci renderà più umani. Questo non per motivi etici o morali, ma semplicemente perché l’innovazione, come ci siamo detti, non esiste senza adozione. Sia l’uomo sia le aziende adotteranno la tecnologia che gli restituirà un ruolo, un significato. Per le aziende e gli innovatori ci sarà la responsabilità di scegliere come accelerare un’innovazione che va nella direzione della valorizzazione dell’uomo senza indulgere nel tentativo di trovare scorciatoie per un successo forse più’ veloce ma privo di futuro e significato.

Salvatore Larosa

Un mondo pieno di problemi etici e a forte rischio di spersonalizzazione. Però è anche un mondo più attento che in passato al rapporto tra umanità ed ecosistema, all’ambiente e alle risorse. Un mondo eccitante per le prossime generazioni di designer… Avremo designer di esseri viventi? Designer di profili comportamentali delle AI? Designer di interfacce neurali e interazioni di nuovo tipo tra persone o tra persone e cose? Designer e architetti dell’esperienza urbana-territoriale che prenderanno il posto degli architetti fisici tradizionali? Di esperienze AR e comunità e servizi AR/VR che oggi non immaginiamo? Certamente il peso dei problemi etici sulle attività di design non potrà che aumentare.

Erika Lauro

Che stiamo distruggendo, vuoi dire?

Laura Licari

Al momento un mondo con troppi prodotti e poco focus sull’essenziale. Mi piacerebbe contribuire a costruire un mondo dove si guadagna tempo automando solo quel che ha senso sia funzionale, in modo da potersi permettere di spenderlo in quel che ci definisce come esseri umani (pensare, scoprire, indulgere nel bello, sbagliare…).

Debora Manetti

Stiamo costruendo un mondo in cui, potenzialmente, l’occhio potrà abituarsi al “bello” tanto da volerlo portare in tutti gli ambiti della propria quotidianità.

Patrizia Marti

Un mondo molto veloce, con così tante opportunità che è difficile coglierle appieno. Un mondo diseguale e ancora poco inclusivo. Un mondo che deve ripartire dal rispetto per la natura e per la centralità dell’essere umano.

Silvia Minenti

Vorrei rispondere più bello, ma purtroppo non sempre ce la facciamo. C’è diffidenza e siamo troppo spesso schiacciati dalle logiche del mercato: tempi, obiettivi e iper specializzazione, ma ciò nonostante ci impegniamo a progettare un mondo più consapevole e informato. Vorrei poter riuscire a costruire un mondo più sistemico, che abbracci la complessità, ne capisca le potenzialità, e non si lasci spaventare, il design dovrebbe riuscire a supportare questo processo.

Alessandro Nasini

Temo in gran parte non lo stiamo costruendo, non quanto dovremmo e potremmo con le competenze e risorse oggi disponibili.

Daniela Petrillo

Un mondo pieno zeppo di cose che non servono, purtroppo.

Domenico Polimeno

Un mondo non a misura d’uomo. Però sono fiducioso, io sono un elder millenial e nella mia generazione tanto bistrattata ho visto i semi di un futuro possibile molto positivo. Sempre che si faccia in tempo con il climate change.

Antonio Romano

Anche i nostri antenati, quando si manifestò quel fenomeno fantastico e controverso che chiamiamo Rinascimento, non ne ebbero particolare consapevolezza. Stiamo vivendo qualcosa di simile.

Giovanni Ruello

Mi sembra un mondo sempre più connesso, ma allo stesso tempo più disunito. È un mondo che sta in parte riconsiderando ciò che ha costruito. Credo che sia in atto una riflessione sugli effetti della rivoluzione digitale degli ultimi 10 anni, che porterà a ripensare la progettazione nei prossimi 10 in un contesto geopolitico e finanziario molto meno stabile. Si va verso la de — globalizzazione, forse persino verso la decrescita. I temi emersi al recente forum di Davos e l’arrivo della “Peak Decade” creano incertezza sul da farsi. Ma l’incertezza è forse il playground di noi designer. Forse avremo opportunità ancor più grandi di generare un impatto positivo, ecologico ed inclusivo.

Daniela Sangiorgi

C’è stato un riorientamento della cultura progettuale verso temi sociali complessi e legati ai temi della sostenibilità, ma siamo ancora molto costretti e vincolati all’interno di un sistema che spinge solo verso un aumento della produttività e del PIL. Trovare spazi e risorse per progetti che aiutino a riformulare e riorientare il contesto più ampio, anche legislativo, non è sempre facile. Il cambiamento sistemico o il contributo del design verso policy più centrate sulla persona o verso la sostenibilità sono ora al centro di discussione in diversi contesti e ambiti disciplinari, tra cui anche il Design.

Daniela Selloni

Questo non lo so, metto solo un auspicio: si spera di costruire un mondo che preservi la diversità e la ricchezza della specie umana, vorrei che il facilitare le cose (che spesso è il risultato delle nostra attività) non crei omologazioni e semplificazioni pericolose. Dobbiamo imparare a prevedere i side-effects dei nostri progetti, su questo non siamo ancora abbastanza bravi.

Luca Simeone

Veramente più che costruendo, stiamo distruggendo e consumando.

Cristiano Siri

Chi è questo “noi” implicito?

Alberta Soranzo

Stiamo costruendo un mondo terrificante, raccontandoci al tempo stesso che i compromessi a cui ci assoggettiamo sono inevitabili. Posso scendere?

Clizia Welker

Bella domanda! Dal mio punto di vista nell’ultimo secolo da queste parti del mondo abbiamo creato una dimensione pericolosamente “disconnessa”. Abbiamo investito su crescita e accelerazione senza curarci degli equilibri che ciò comprometteva e ci siamo definitivamente convinti che progresso = tecnologia, in un mondo dove la natura può essere confinata in determinati spazi e tempi. Abbiamo concepito il mondo attraverso una lente che separa, ignorando la profonda interconnessione delle cose e dimenticando, nella frenetica corsa, la nostra responsabilità di salvaguardare gli equilibri e l’armonia. Di buono c’è che stiamo iniziando a rendercene conto, e chi se ne rende conto inizia a sperimentare comportamenti nuovi e a portare una visione diversa nella propria vita e in quella degli altri.

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