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Dino Amenduni

Ogni giorno va storto qualcosa e ogni giorno commetto almeno un errore. Il caso più doloroso è probabilmente quello relativo alle politiche del 2018, in cui abbiamo lavorato col PD, peraltro con lo stesso gruppo di lavoro con cui avevamo ottenuto il 40.8% alle Europee del 2014. Non so dirvi con assoluta certezza se il capitombolo delle politiche 2018 fosse inevitabile a causa degli errori fatti prima di quell’appuntamento, ma sicuramente ho una serie di rimpianti per non essere stato ancora più duro e netto nel portare avanti le mie tesi che alla fine, ahimè, si sono rivelate corrette.

Simone Borsci

Un progetto che ho portato avanti insieme ad una piccolissima compagnia per il design di un prodotto innovativo per analisi ematologiche, che dopo aver ricevuto molti premi e fondi, e pur promettendo di poter fare la differenza in ambito medico si è fermato o perso per via di problematiche burocratiche e comunicative fra designers e clinici. L’unica volta nella mia carriera in cui non sono riuscito a mediare fra in diversi attori e partner di un progetto in maniera appropriata ed utile per raggiungere l’obiettivo comune.

Laura Bortoloni

Tutti i giorni qualcosa va storto. Il punto è capire che siamo costruttori di processi, non di opere d’arte. In questo senso l’errore, la scivolata, la parola sbagliata, anche il committente indesiderabile, sono tappe di qualcosa che è nelle nostre mani da costruire.

Cesare Bottini

Ovviamente non stiamo parlando del “fail fast, fail often” ma di ciò che ti lascia cicatrici. Progettualmente parlando, è successo tutte le volte che non ho ascoltato la mia vocina che oscillava tra il “no dai, non esiste” e il “mandali tutti affanculo”, quando cioè ho accettato compromessi impossibili, come costruire una nave spaziale con i soldini del topino dei denti. No more.

Laura Bustaffa

Un cliente ha voluto costruire una app per una campagna di fundraising di qualche mese. Già come idea di partenza non era molto solida, ma a questo si è affiancata una resistenza a testare le idee che stavamo sviluppando. Il team responsabile della app era spaventato dal confronto con gli utenti finali e hanno rimandato, rimandato… Finché abbiamo dovuto rilasciare design e meccaniche di gioco senza che fossero stati mai testati davvero. Inutile dire che la campagna non è stato un gran successo.

Valentina Catena

Quella volta in cui, ancora alle prime armi, ho detto sì a facilitare un gruppo di circa 20 giovani attivisti internazionali, per 4 giorni. Da sola. Senza consultarmi con nessuno. L’incontro in sé andò bene, ma l’aver fatto questo passo più lungo della gamba, mi ha bloccata poi per lungo tempo.

Paolo Ciuccarelli

Diversi progetti di ricerca condotti in laboratorio poi non hanno trovato la strada per diventare applicazioni sostenibili nel lungo periodo. È l’aspetto più difficile del fare ricerca, non poter vedere “vivere” quanto prodotto per motivi che non hanno a che fare con la qualità del risultato, ma è così che funziona l’innovazione: è più una questione di sistema e di ambiente e meno di qualità assoluta.

Daniele De Cia

Su base mensile o settimanale?

Matteo De Santi

Oh si!!! Ok, ti metti in testa di cambiare il modo in cui lo Stato si rapporta ai cittadini, e lo puoi fare, perché sei in cima alla catena alimentare. C’hai pure una legge che ti autorizza a provarci. E praticamente tutte le persone con cui parli ti dicono che l’idea è giusta e che non vedono l’ora di vederne i risultati. E la gente con cui hai fatto ricerca ti dice che vorrebbe partissi dai servizi legati alla sanità, alla salute, al welfare… Così vai in giro a raccontare ai capi di chi gestisce queste cose sia a livello locale sia nazionale che hai in mano un progetto che renderà migliori i loro servizi, più contenti i loro clienti (i cittadini) e darà pure lustro agli enti per cui lavorano. E che glielo fai pure gratis! Insomma, quello che nel gergo (che odio) si chiama “win-win”. E ti senti rispondere, praticamente da tutti questi capi: “Anche no, grazie. Non ci interessa. Apposto così!” Beh, dopo una lunga serie di bicchieri di vino e bestemmie ti rendi conto che avevi sbagliato il tempo (maledetto tempo). Perché progettare nei sistemi complessi è come suonare un brano di jazz. È opportuno a volte uscire dal tempo della band, cambiare ritmo, prendersi pause o accelerare, ma se poi non riprendi il tempo a cui suonano gli altri, se non ritrovi il ritmo, hai fatto solo un gran casino.

Federica Fragapane

Direi che i casi in cui i clienti sono scomparsi a metà dell’opera possono rientrare a pieno merito nella categoria “qualcosa è andato storto”!

Carlo Frinolli

Un po’ faccio fatica a isolarne una ma posso provare a isolare un pattern, uno schema ricorrente. Le volte in cui qualcosa va storto per la mia esperienza e, per estensione nella nostra esperienza con NOIS3, sono quelle in cui si verificano un paio di condizioni. Da una parte si sfilaccia il rapporto e non riusciamo a tenere il tempo o batterlo con il nostro contraltare progettuale, dall’altra non riusciamo a sintonizzarci davvero con l’esigenza da comprendere e su cui intervenire. Una su tutte, un’era geologica fa, quando facemmo l’applicazione di Medici Senza Frontiere Italia. Non eravamo ancora NOIS3 ma ancora la vecchia società, nois3lab. Un disastro. Lentezza, sottovalutazione dello sforzo, cattiva progettazione, incapacità di diffonderla e valorizzarla. Probabilmente è lì che abbiamo capito due cose fondamentali: cominciare meno, finire tutto da una parte e dall’altra cambiare radicalmente il modo in cui lavoravamo. Coinvolgere di più, fare squadra con tutti gli attori e essere capaci di valorizzare anche le loro competenze e non solo le nostre, interne. Insomma rega’, l’autarchia è una cazzata.

Clementina Gentile

All’epoca lavoravo come consulente presso un’agenzia e, assieme ad un mio collega, eravamo impegnati nel redesign della piattaforma intranet di una grande azienda. Avevamo svolto la ricerca con gli utenti ed eravamo già pronti con i primi wireframes quando lo sponsor del progetto decise di lasciare l’azienda e il progetto non fu più portato a termine.

Marco Giglio

Quella volta che abbiamo creduto di aver trovato una grande soluzione, ma non siamo stati abbastanza bravi a raccontarla al cliente. Per spiegare un progetto complesso e convincere il cliente — che pur avendo partecipato alla definizione della soluzione non sente in tutta la sua organizzazione l’urgenza del cambiamento — la narrazione non basta. Occorre costruire un’esperienza immersiva che prototipi la soluzione e la renda viva e immediatamente comprensibile. Senza la tempestività di trasformare un razionale in un prototipo molto valore viene disperso e sono rimaste solo le funzionalità di più immediata comprensione.

Salvatore Larosa

Tutte le volte! Nessuno dei miei piani o servizi a cui ho lavorato è mai andato avanti senza intoppi. I problemi più gravi che ho vissuto ricadono però in due categorie: quando non abbiamo definito un chiaro scenario di posizionamento competitivo o di proposizione di valore di un servizio (ovvero non abbiamo fatto abbastanza “challenge” su tali punti) e quando abbiamo lasciato che le pressioni per il rilascio di servizi avessero la meglio sulle attività per ottenere un adeguato livello di usabilità e trustability.

Erika Lauro

Quasi sempre? :) Ma sicuramente uno statement di un cliente molto importante che mi è rimasto particolarmente impresso è stato il seguente: “Non mi interessa dei dati, IO sono la target audience e io lo voglio così!”

Laura Licari

Fosse solo una… diciamo che come pattern “quella volta che qualcosa è andato storto” è sempre relativa a momenti in cui si sottovaluta che l’organizzazione lato cliente riesca a sostenere le scelte strategiche o di design effettuate durante il push di progetto. A volte si è costretti da constraint di programma e deadline prefissate ad andare troppo velocemente, dimenticando di portare a bordo l’organizzazione e di condividere metodologie e processi decisionali: quella è tipicamente la situazione in cui qualcosa andrà male.

Debora Manetti

Nel 2004, insieme ai miei soci, abbiamo fatto un grosso investimento in un prodotto editoriale dalla natura commerciale molto complessa. Tanto che — a parte esser stato apprezzato da una nicchia di appassionati di magazine internazionale — ha portato a casa un clamoroso flop di vendite. Si chiamava Ego[n] Magazine ed è stata comunque un’esperienza gratificante e edificante che ha portato a casa un argento dell’Art Directors Club Italiano. A volte va peggio quando un progetto grafico va benino e non sei nemmeno fiero di parlarne.

Patrizia Marti

Durante il progetto Quietude, abbiamo organizzato un workshop di co-design con persone sorde di 3 giorni. Il primo giorno è andato bene, abbiamo lavorato, esplorato e immaginato soluzioni. Il secondo giorno abbiamo chiesto alle persone sorde di portare immagini o esempi di cose che a loro piace indossare ma nessuna di loro ha portato niente. Mi sono resa conto che alcune modalità di lavoro che per i designer sono di routine, per i nostri utenti spesso non lo sono affatto. Le persone che hanno lavorato con noi hanno percepito l’attività che abbiamo proposto loro come un esercizio astratto e lontano dalla loro realtà. Le barriere linguistiche e le regole che è necessario applicare lavorando con persone sorde (es. parlare uno alla volta, non voltare mai le spalle, permettere la lettura delle labbra quando l’interprete non può tradurre) hanno reso ancora più complicato comprendere il disagio che si era creato.

Silvia Minenti

Di mia natura sono una persona molto critica, e quindi c’è sempre qualcosa che per me va storto, in linea generale quando un cliente non vuole condividere le conclusioni a cui sei arrivato attraverso la tua analisi e ricerca, e piega il progetto secondo le sue esigenze iniziali. Nel tempo ho imparato a fare progetti più modulari possibili, così da poter dare la possibilità di configurare la soluzione secondo le esigenze del momento. Ricordo una volta in cui progettammo un programma loyalty molto complesso in cui arrivammo a una soluzione molto innovativa che riusciva ad aggirare alcune normative a cui sottostava l’azienda. La soluzione era però troppo costosa in termini organizzativi, così l’azienda, senza pensarci troppo, tagliò la soluzione core, smontando di fatto l’impianto ed esponendoci a un flop totale. Da questa esperienza ho capito che oltre a rendere un progetto modulare si deve sempre cercare di realizzare dei prototipi e anticipare le domande organizzative portando avanti progetti di change management e cultural contamination.

Alessandro Nasini

Non certo una volta sola, ma una volta in particolare è andata malissimo: ho seguito un progetto di re-design per i prodotti di una azienda alimentare, progetto secondo me riuscito bene con un delivery di valore. Ci hanno pagato regolarmente, sperticandosi in complimenti, ma poi non ne hanno fatto nulla. Forse la cosa peggiore che può capitare ad un designer.

Daniela Petrillo

Non ho casi eclatanti devo dire, sono sempre stata fortunata dal punto di vista progettuale. L’unico momento di vita in cui ho messo in discussione il mio approccio, chiedendomi cosa stesse andando storto risale al 2015/2016, quando cercai di riposizionarmi dal mondo accademico a quello delle aziende. Il mercato non era pronto per le proposte che facevo, non comprendeva il valore aggiunto di un pensiero progettuale metodologico e strutturato come quello di un dottore di ricerca e questo ha reso la mia transizione molto frustrante. Mi sono interrogata su come mi raccontassi e su quanto fossi capace di introdurmi agli altri e a dire il vero sono scaturite non solo nuove riflessioni ma anche nuovi modi di dire “design” e nuovi strumenti per mostrarlo. Mi sento parte di un piccolo esercito di avanguardisti e sì, siamo ancora in guerra.

Domenico Polimeno

È stata quella volta in cui ho capito che quantità non è qualità. Per un progetto ho prodotto qualcosa come 420 wireframe tutti diversi e tutti collegati per fare un prototipo a bassa risoluzione. Ero così focalizzato sulla produzione che mi sono perso i segnali deboli che mi avrebbero permesso di capire che forse quella strada non era quella che avrebbe portato più valore al progetto. Io però dico sempre che va davvero tutto storto solo quando non hai imparato nulla dai tuoi errori!

Antonio Romano

Progettare significa letteralmente “gettare avanti”. Questo vuol dire che è praticamente impossibile pensare a un percorso in cui tutto fili liscio. Contingenze e imprevisti sono la materia prima della mia giornata, tanto è vero che non parlo più di agenda, ma di “agita”, il consuntivo che la sera, sul tardi, ripasso mentalmente.

Giovanni Ruello

Dovetti supportare una Design Challenge, che un team creato ad-hoc da persone con expertise diversa che avevano appena completato un training in Design Thinking. Il team aveva 12 settimane di tempo. Oltre all’assenza di alchimia nel team, che non rese le suddette settimane particolarmente piacevoli, il progetto andò storto per ragioni di “fondamentalismo metodologico”. Avevo proposto un piano di azione improntato sul tipico double-diamond che prevedeva user research, generazione di insights, creazione di “How might We”, ideation, prototyping e testing. Partimmo, ma presto spuntò qualche muso lungo. Dopo qualche settimana, un membro del team fece una lamentela, espressa in testuali parole: “ Cosi non si può lavorare, perché questo approccio non è Design Thinking!”. Questa sorta di rigetto verso qualcosa che forse non rispettava 100% il trademark, ma che dal punto di vista dei contenuti era comunque valido, mi colpì molto. Si investe tempo e denaro per formare persone che possano pensare out-of-the-box e lavorare in maniera cross-funzionale, ma a volte ciò che si ottiene è solo un rapido indottrinamento. Nonostante differenti metodologie predichino fondamentalmente la stessa buona novella che parla di empatia, collaborazione e dissoluzione di barriere, si assiste alla generazione di nuove mura di cinta. Il risultato finale non fu pessimo, ma il progetto in se fu una Via Crucis.

Daniela Selloni

In realtà quasi sempre, ho collezionato una serie di errori di vario tipo. Ad esempio, in un progetto di co-design dei servizi con le imprese sociali nessuno era veramente interessato a dare questo sforzo (né i dirigenti, né gli impiegati, né gli utenti!). Ho capito che senza fare una grande attività di “scoping”, di allineamento, di motivazione, questo tipo di progetti sono destinati a fallire, anche se prepari il tutto nel migliore dei modi. Questo vale anche per altri progetti di design. Senza un buon on-boarding, poi i nodi da affrontare lungo il percorso diventano tanti, e tutto è più faticoso.

Luca Simeone

Beh, ogni giorno qualcosa va storto, come in questo preciso momento in cui il mio adorato bimbo di 4 anni sta saltando sulla mia tastiera mentre rispondo a queste domande.

Cristiano Siri

Consulenza per una holding che controlla numerose società di primissimo livello in tutto il mondo. Vogliono lavorare sulla comunicazione interna dell’intero gruppo. Veniamo a scoprire che una volta all’anno radunano i responsabili della comunicazione interna di tutte le controllate per due giorni in una location. Di solito fanno tutto frontale: qualcuno della holding che presenta qualcosa, qualcuno delle controllate che presenta qualcosa, 2–3 speaker esterni che presentano qualcosa. Li convinciamo invece a sfruttare il fatto che persone che lavorano per differenti loro aziende in diverse parti del mondo e si occupano tutti di comunicazione interna siano per due giorni assieme per far loro condividere le pratiche, i problemi e gli immaginari e in maniera partecipativa formulare delle linee guida comuni per la comunicazione interna. L’evento è un successo clamoroso. I responsabili della comunicazione interna delle aziende sono entusiasti, attivi, propositivi. Per la prima volta si sentono coinvolti e di poter contribuire. Alla prima riunione dopo l’evento con i committenti della holding ci sentiamo dire che fermano tutto il progetto. Si sono spaventati di perdere potere. Non erano pronti all’ascolto e alla partecipazione. Noi avevamo fatto una salto troppo grande, errore anche nostro che non avevamo compreso che la holding non era pronta e abbiamo osato troppo. Con entusiasmo e successo presso i partecipanti, ma troppo. Questo è andato storto, ma rimane un progetto di cui sono orgoglioso e da cui ho imparato moltissimo. Rimane il dilemma etico: quando mostri a qualcuno (che ne era almeno parzialmente inconsapevole) che è in gabbia e poi non puoi farlo uscire dalla gabbia hai fatto qualcosa di buono?

Alberta Soranzo

Una startup nel settore finanziario con un amministratore delegato irragionevole. Senza entrare nei dettagli, nel momento in cui è diventato chiaro che stavamo trattando con persone poco oneste, abbiamo deciso di “licenziare il cliente” e perdere il contratto piuttosto che compromettere la nostra integrità professionale e personale.

Clizia Welker

Diverse volte qualcosa è andato storto: una volta mi è capitato un progetto in cui il nostro committente principale manifestava forti resistenze nei confronti del percorso progettuale che stavamo intraprendendo insieme, probabilmente come conseguenza della propria “agenda personale”. Questo ci ha portato in diverse occasioni ad avere la percezione di non essere sulla strada giusta dal punto di vista delle aspettative del cliente e di dovere “pilotare”, con grande dispendio di tempo e di energie. In uno dei miei primi progetti affrontati, inoltre, mi è capitato un confronto personale con un cliente che mi ha dapprima portato a mettere fortemente in discussione le mie competenze, ma grazie al quale, una volta elaborata la situazione, ho trovato la motivazione e la grinta per potere erogare il massimo valore sul progetto.

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