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Dino Amenduni

Non sono un designer nel senso classico del termine, ma faccio il consulente politico e scrivo progetti strategici complessi per aziende e istituzioni. Ci sono arrivato con un giro molto lungo e non propriamente esemplificativo: laurea in psicologia con una tesi sul comportamento elettorale dei 18enni, tirocinio presso l'agenzia (Proforma, di Bari) di cui poi sono diventato co.co.pro, poi dipendente a tempo indeterminato e poi socio da cinque anni. A Proforma ho iniziato come social media manager con competenze specifiche di comunicazione politica. Col tempo ho iniziato a guardare le cose in modo sempre più interconnesso e quindi ho mollato un po' la gestione vera e propria per unire i puntini e mettere insieme progetti strategici. Diciamo che non ho studiato per diventare ciò che sono diventato, ma studiare certe cose mi ha aiutato (soprattutto gli esami di metodologia della ricerca e di psicologia sociale) e il lavoro sul campo mi ha fatto imparare a essere ciò che oggi sono.

Simone Borsci

Con un lungo giro passando per la psicololinguistica, l'intelligenza artificiale, le scienze dell'educazione,la psicologia cognitiva, e la disabilità e poi tanta curiosità rispetto alla programmazione di software. Così un giorno mi sono ritrovato ad occuparmi di innovazione insieme a ingegneri, designers, clinici. Da lì il passo nel mondo della ricerca per supportare il design e lo sviluppo di prodotti e servizi è stato naturale.

Laura Bortoloni

Direi grazie agli esordi di internet. Dopo il liceo avevo la vaga idea di voler lavorare con le immagini. Così ho chiesto a un’amica di poter usare il suo modem per fare una ricerca. Estate 1999, il risultato è stato: “ISIA Urbino”. Ricordo anche un paio di episodi in tempi non sospetti: un tentativo di progettare un percorso meccanizzato per giocare con le biglie costruito con le scatole delle merendine, quarta elementare; un compito per le scuole medie in cui, anziché disegnare illustrazioni dedicate ai mesi, mi sono messa a studiare un sistema a griglie per impaginare il calendario. La professoressa di arte, ricordo, non aveva gradito.

Cesare Bottini

Sono un figlio di Carosello, volevo fare il pubblicitario; ho scelto Economia a Bologna perché aveva i corsi di Marketing mentre Comunicazione di Massa l'ho rubata al DAMS. Nel 91 l'incontro con Internet; la consideravano la TV dei poveri ma non mi stava bene, bisognava progettare per il nuovo media. Così ho studiato HCI, information architecture, Interaction Design tutto quello che serviva a creare la base di un'esperienza e quindi UX e Service Design. Ho frullato il tutto partendo dalle origini. Oggi non si può più fare. Hai i corsi fatti e finiti, che però spesso lasciano indietro qualcosa.

Laura Bustaffa

Per vie traverse. Avevo finito da poco la laurea in lettere e mi stavo chiedendo intensamente che fare: sono capitata quasi per caso al Summit di Architettura dell'Informazione, quell'anno ospitato dalla mia università. Sono uscita dalla prima giornata con la testa che girava: ecco cosa fare! Ho cominciato a mandare CV a tutte le aziende coinvolte nel festival e Doralab mi ha risposto. In tre anni entusiasmanti ho costruito una buona base, saltando da una disciplina all'altra, da un progetto all'altro, affiancata da eccellenti ricercatori e designer. Poi mi sono trasferita a Londra, dove ho sviluppato un'idea più matura di cosa sia il design.

Carlo Frinolli

"Dall’ingegneria, lo dico subito, così vi potete prendere gioco di me: “anvedi, un alieno! ????”

In realtà, ci sono arrivato con un approccio bottom-up. Da utilizzatore di internet della prima ora, ci navigo dal 1995, e da “Web Designer e sviluppatore” poi. Passando per Macromedia Flash, per capirci. Quindi, un’era geologica fa. A quel punto ho incontrato uno dei miei molti mentori: Enrico Parisio, grafico di lunghissimo corso che mi diede IL consiglio, ovvero di leggere “Punto, linea e superficie” di Kandinskij. Poi c’era un seme ben piantato da alcuni anni prima: in terza liceo, grazie al mio professore di Filosofia e Storia, Emidio Spinelli; ci disse, ancora lo ricordo, “la filosofia vi spinge ad andare oltre al che delle cose ma vi spinge a chiedervi il perché”. Da lì ho imparato a non dare mai niente per scontato. E forse da lì uno dei miei passatempi preferiti: risalire sempre all’etimologia e al significato originale delle parole che usiamo.

Clementina Gentile

Sono approdata nel mondo del design in maniera piuttosto fortuita. Da sempre appassionata alle materie umanistiche, mi sono ritrovata sin da piccola nel triangolo creativo che spazia tra l'arte, la letteratura e lo storytelling. Come succede spesso alle menti giovani e malleabili, ho seguito il consiglio di una mia insegnante del liceo e mi sono iscritta a Disegno Industriale a Roma. Tre anni di product design e fantastici insegnanti di allestimento e interni mi hanno aiutato a capire che l'interesse che nutrivo verso la progettazione non era il prodotto in sé, ma l'interazione che le persone avevano con i prodotti. Questa realizzazione mi spinse ad iscrivermi al Master di Interaction Design a Delft. Mi ritengo ancora oggi molto fortunata di aver capito cosi presto e con tale chiarezza quale fosse la mia passione, grazie all'aiuto e ai consigli di insegnanti, amici e colleghi.

Erika Lauro

Mi sono sempre sentita un piccolo inventore. Mi appassionai al design del prodotto quando vidi dei progetti dei fratelli Eames al liceo e decisi di studiare Industrial Design a Roma. Durante i miei studi pero’ scoprii che il design del prodotto non mi faceva battere il cuore. Mi chiedevo troppo spesso “ma perché disegnare un’altra sedia quando ce ne sono già tante nel mondo?” Da li a poco scoprii che non ero l’unica a chiederselo e che si stava sviluppando una nuova disciplina che si occupava di studiare che cosa succede intorno al prodotto, dalla parte del brand all’interazione umana. Ecco perché’ mi sono specializzata in Strategic Design al Politecnico di Milano.

Debora Manetti

Padre artista, diviso tra pittura, scultura e sign painting hanno sicuramente fatto leva sulla mia indole creativa, che ha trovato strada nel branding e nel graphic design. La passione per la comunicazione e la strategia si è aggiunta con gli anni, portandomi quindi nell'ambito della visual communication.

Patrizia Marti

Negli anni 90, a Siena partiva il primo corso di laurea in Scienze della Comunicazione con un indirizzo tecnologico in Interaction Design. Negli stessi anni ho conosciuto Don Norman a San Diego, ho collaborato con l'Advanced Technology Group di Apple a Cupertino, partecipando all'Apple Design Project, una stupenda competizione tra tutte le università del mondo sul tema dello User Centred Design. Solo 10 università venivano selezionate per ognuna delle competition lanciate e i progetti dei nostri studenti sono stati selezionati per ben due volte. Andare a Cupertino con gli studenti, parlare con i Guru dell'ID (Norman, Winograd, Buxton...) ha segnato una svolta nella mia vita professionale e nei miei interessi di ricerca.

Silvia Minenti

Vengo da una famiglia di creativi tradizionali. Mia madre, aveva in casa alcuni libri di Munari, in adolescenza ho cominciato a leggerli, avevano delle copertine buffe, frequentavo il liceo artistico, sicura di voler diventare una grande scenografa, ma adoravo anche la matematica, la storia e quindi la politica, grazie a quei libri ho capito che il design poteva essere la soluzione della mia strana vocazione, funzione ed estetica a servizio delle persone per innovare e migliorare la vita quotidiana, mi affascinò talmente tanto che decisi, sarei diventata una designer!

Alessandro Nasini

In un certo senso credo di esserci caduto dentro da piccolo, un po' come Obelix per la pozione. Solo che la mia pozione sono stati I Quindici, l'enciclopedia per ragazzi, che ho letto pagina per pagina molte volte, anche da più grande, ma che aveva alcuni volumi particolarmente stimolanti. E poco dopo alcuni libri importanti.

Daniela Petrillo

Sono una persona fortunata: non ho mai avuto il minimo dubbio che fosse la cosa che mi piacesse di più. Mi sono iscritta al Politecnico di Milano nel 2005 con l’obiettivo di diventare designer per allestimenti museali...poi le cose sono andate un po’ diversamente, ma non ho mai perso la fede nel progetto

Domenico Polimeno

Facendo una deviazione alla Donald Norman. Ho cominciato facendo il nerd, e non geek, con i computer scrivendo il mio primo programma informatico all'età di 4 o 5 anni. Poi ho continuato con degli studi in Informatica Teorica ma quando ho fatto il corso di Interazione uomo macchina ho capito che dovevo mollare la tecnologia per passare allo studio del comportamento! Ho cambiato regione e città e sono andato a Roma a studiare ad un corso di studi in Psicologia Sperimentale che era veramente sperimentale e spaziava dall'informatica applicata all'organizzazione aziendale ma che aveva come focus l'interazione uomo macchina. Durante gli studi ho lavorato sempre nel mondo dell'informatica cercando di fare esperienze inerenti al mondo dell'usabilità e dell'accessibilità. Il vero punto di svolta è stato il 2009 quando ho cominciato a frequentare lo UX book club di Roma. Lì ho capito che potevo fare il designer anche se non avevo una formazione da designer industriale!

Antonio Romano

Il primo impulso arrivò a tredici anni: mi fu regalato "Artista e designer" di Bruno Munari e, dopo averlo letto più volte, decisi che quella sarebbe stata la mia strada... almeno su questo, ho dato prova di coerenza.

Giovanni Ruello

Come si dice dalle mie parti, l'ho presa larga. Nasco creativo, sognatore, disegnatore ma a scuola ero anche bravo nelle materie scientifiche. Mi ha sempre affascinato capire come funzionano le cose ed allo stesso tempo anche alla loro apparenza. E cosi, imberbe e travagliato da subdoli dubbi professionali, decisi che l'ingegneria sarebbe stata la via maestra. Mi resi conto molto presto di aver bisogno di un piano B; cosi l'anno successivo all'iscrizione all'università, decisi di prendere un diploma in graphic design. Ho portato le due strade avanti piu o meno parallelamente fino al 2010, quando finalmente decisi di dare ascolto al mio DNA. Una amica che lavorava come Interaction Designer a Fjord Helsinki mi disse: “Stiamo partendo con una nuova metodologia. Si chiama Service Design. Perchè non gli dai un occhiata?”. Colpo di fulmine.

Daniela Selloni

Attraverso la scelta di un corso di laurea in design al Politecnico di Milano. Dopo aver frequentato il liceo classico, ho pensato che diversificare la mia preparazione piuttosto che intraprendere percorsi in continuità disciplinare fosse una scelta più interessante e arricchente. E poi volevo espandere la mia creatività, sperando che questo mi portasse a svolgere una professione dinamica. In poche parole: avevo paura di annoiarmi e fare design mi è sembrato l'alternativa migliore al pericolo incombente della noia.

Luca Simeone

Per caso, dopo essermi laureato in antropologia culturale. Ho cominciato a smanettare con l'html e a creare le prime pagine web (intorno al 1996). A quel tempo ancora non esisteva la professione del webdesigner.

Cristiano Siri

"Anno 2000. Voglio fare il giornalista. E sono anche uno smanettone. Entro in una redazione di un nuovo portale online, per scrivere. Il resto della redazione odia il Content Management System creato dall'IT. E' inusabile. Loro e l'IT parlano lingue differenti. I bisogni non sono compresi. Io parlo ambedue i linguaggi. E soprattutto *ascolto* senza bias. Divento colui che raccoglie e traduce i bisogni della redazione all'IT. E filtra e rende costruttivi gli improperi dell'IT alla redazione. Aggiungo un pò di sketch e requisiti. Sto in mezzo, mi innamoro dello stare in mezzo. Smetto di voler fare il giornalista. Gioco serio come UX Designer. Che ai tempi non si chiamava così. Forse manco si chiamava.

Eccomi nel mondo del design.

Alberta Soranzo

I got there more by chance than choice actually. Many years ago, in US, I was leading a team of developers and we landed a project where software, hardware, information architecture and design were crucial in equal measure — I found myself a mentor, and realized that service design (before it was a thing) was my superpower. It took a few years before I gave myself permission to call myself a designer, but we're our own blockers, aren't we?

Clizia Welker

Zigzagando tra diverse discipline ed esperienze, ma se faccio zoom out ora riesco a vedere il filo rosso che unisce i puntini e a presagire su quali nuovi sentieri lo srotolerò.  Ho sempre amato disegnare e dipingere, lavorare con le mani e reinterpretare materiali e oggetti in maniera non convenzionale. Il mondo del design mi ha sempre attirato, ma per molto tempo l'ho concepito come disegno di prodotto, una strada che ho scelto di non imboccare.  Dalla laurea in Linguistica applicata e teorica ho appreso la capacità analitica e la propensione a interpretare, scorporare e organizzare informazioni e contenuti, trovando piacere nello strutturare e plasmare anche l'intangibile.  Dopo qualche anno ho unito i puntini: quando mi sono finalmente resa conto che dietro al design non c'era solo prodotto, ma strategia, servizio, esperienza e molto altro, ho deciso di formarmi in Business Design. La scintilla è scoccata definitivamente nel 2015, alla mia prima Service Design Jam a Bologna: sono stata conquistata dal concetto di 'progettare per la società' e dall'approccio collaborativo e orientato alle persone, e ho deciso che avrei fatto la Service Designer. 

Paolo Ciuccarelli

Già durante la laurea in architettura il design - il design della comunicazione in particolare - era (ancora un po’ inconsapevolmente) al centro dei miei interessi: inserii nel mio piano di studi tutti i corsi che avevano a che fare con il tema. Docenti come Anceschi, Coradeschi, Dell’Acqua e Mauri mi convinsero definitivamente. Poco dopo la laurea ho avuto la possibilità di partecipare alla costruzione di quella che sarebbe diventata la Scuola del Design del Politecnico di Milano. Per qualche anno ho anche lavorato in una agenzia costituita insieme ad alcuni compagni di università — come spesso accade — nel periodo della prima bolla di Internet: un delirio bellissimo! ;)

Valentina Catena

Ho cominciato il mio percorso pensandolo come una linea retta e scoprendolo man mano molto più simile ad un groviglio di lana. Quindi direi che ci sono arrivata …a casaccio! Mentre ero impegnata in un Master su tutt’altri fronti (post-produzione cinematografica e restauro digitale) ad Amsterdam, la vita mi ha portato ad immergermi nei temi di cambiamento sociale e a investigare come i gruppi prendessero scelte condivise. Mi sono a quel punto trasferita a Berlino, senza arte né parte come si suol dire. Ma con l’obiettivo di imparare a “facilitare” i gruppi. Per un anno ho fatto la volontaria presso un’organizzazione che si occupa di “formare” imprenditori sociali, aiutandoli a trovare la propria vocazione e a sviluppare i propri progetti. Nel frattempo davo vita ad una piccola comunità di pratica in cui sperimentavamo le tecnologie sociali (come l’Open Space Technology e il World Cafè) e venivo a contatto con scuole di alternative per giovani (come la Knowmads Business School ad Amsterdam, il Master in Strategic leadership for Sustainability e lo Youth Initiative Programme in Svezia). In quegli anni, scoprivo il mondo dello sviluppo organizzativo con la SOL (Society for Organisational Learning) e quello del cambiamento sistemico della Theory U del Presencing Institute dell’ MIT. Sempre in quei due anni berlinesi, frequentavo la Hasso Plattner Design Thinking School di Potsdam. È questo il periodo che più ha influenzato il mio approccio di designer del cambiamento organizzativo, e che oggi porto avanti nel mio lavoro in Peoplerise: la società di consulenza per l’ innovazione e lo sviluppo con le persone nelle organizzazioni che ha sede a Padova. Oggi infatti applico il design thinking nella progettazione di percorsi di leadership per top e middle manager in ambito corporate (ma non solo).

Daniele De Cia

Sono arrivato al mondo del design dagli studi universitari. Ho frequentato un corso di laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, che si è poi rivelato essere una scuola di user-centered design, caotica e improbabile al punto da far innamorare molte persone che hanno poi fatto di tutto per trasformare quell’approccio nella loro professione.

Matteo De Santi

Attraverso una strada tortuosa e piena di lavori in corso. Con qualche guado e qualche foratura. E facendomi continuamente tentare dalle deviazioni. E da chioschi di cibo per niente salutare! Ho studiato comunicazione, pagandomi gli studi lavorando come interface designer. Poi, siccome le cose che disegnavo si dovevano muovere e dovevano comportarsi come volevo, ho imparato a scrivere codice. Poi, siccome il mondo è lì fuori e non dentro un display, ho campato per qualche anno facendo il fotografo di cronaca e di reportages. E siccome così ho imparato che è un mondo difficile, mi sono messo a progettare servizi, e non solo interfacce. Poi, siccome non mi divertivo a lavorare per far fare tanti soldi a qualcuno, ho cominciato a progettare per far vivere un po’ meglio tutti. E per farlo non si può non essere tentati dal lavorare per il pubblico, cosa che ho fatto, su scala sempre più grande. È dura ma vale la pena.

Federica Fragapane

Frequentando la facoltà di Design al Politecnico di Milano.

Marco Giglio

Ho avuto la fortuna di viaggiare in molti luoghi lontani e questo mi ha portato ad avvicinarmi alle persone. Così dopo la laurea in economia ho studiato prima marketing e poi antropologia. Ogni paese visitato mi sembrava fantastico ma anche nell’angolo più sperduto dove potevo arrivare c’era comunque una coca cola ad aspettarmi. Mancava una frontiera oltre la quale il mondo fosse completamente sconosciuto. Il digitale di colpo ne ha creata una e così mi sono buttato. L’interesse per le persone mi ha spinto a chiedermi come rendere accessibile e dare un senso a quel mondo e da lì e sono partito.

Salvatore Larosa

Nel 1994 per caso… Ero borsista al CNR e mi capitò di dover realizzare un’interfaccia per un insieme di tool di nostra ideazione (eravamo una banda di matematici nerd) e tale interfaccia nelle prime iterazioni era notevolmente complicata, raccoglievo feedback negativi da mezzo istituto e la miglioravo a piccoli passi. Più avanti, nello stesso anno, realizzai il sito del team di ricerca di cui facevo parte e mi divertii tantissimo a concepirlo e realizzarlo. L’anno dopo lasciai l’istituto per fare un master in business administration e iniziai a convincermi che Internet e il digitale sarebbero state opportunità incredibili per chi fosse stato in grado di ideare e progettare i giusti servizi. Poi negli anni successivi iniziai a sviluppare conoscenze e skill in modo organico, lato design (prima digitale e poi di servizi tout court) e lato strategia (prodotto, canale, modelli di business). Nel service e business design ho trovato il punto di sintesi di ciò che faccio.

Laura Licari

Per me è stato un percorso inatteso: alla fine del liceo grazie ad un amico iscritto al Politecnico di Milano ho scoperto che quel mindset progettuale, creativo e curioso che mi aveva sempre accompagnato poteva essere applicato ad una vera e propria professione. Nei primi 2000 il design in Italia ancora si associava principalmente al design del mobile e quindi lo ringrazio ancora oggi per avermi fatto scoprire quanto di più mi avrebbe potuto aprire quel percorso. Grazie a questo colpo di fulmine e cambiando strada all’ultimo momento dalla facoltà di Economia, mi sono trovata a studiare Design Industriale in uno dei primi anni della allora Facoltà di Design del Politecnico. Avendo trovato il mio sweet spot, ho iniziato a lavorare praticamente da subito a progetti integrati tra il digitale e fisico e da lì ho costruito un percorso che partendo dal design editoriale, e passando in maniera intensiva attraverso il prodotto digitale è confluito oggi in una passione professionale più estesa per il design sistemico e l’experience design.

Daniela Sangiorgi

Mi sono iscritta al Corso di Laurea di Prodotto Industriale, il primo anno di apertura del corso stesso; siamo stati quindi i primi Laureati in Design in Italia! Un po’ cavie e un po’ premiati dalla novità del corso di studio.

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