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Dino Amenduni

Il poter mettere a disposizione ciò che so al servizio dei “buoni”, quando mi capita di poterci lavorare insieme.

Simone Borsci

La distanza dei modelli mentali, la possibilità di poter definire, modellare e stimare gli effetti sulle persone dei diversi sistemi e delle persone su i sistemi, e di usare questo sapere per creare stress test aspettandosi sempre che le persone riescano a trovare modi inimmaginabili per far collassare un sistema altrimenti resiliente. Quando questi eventi accadono, cioè quando la soluzione fallisce, è un momento tragico ma anche di definizione perché sono questi momenti che fanno avanzare drasticamente un sistema.

Laura Bortoloni

Avere la scusa per poter studiare sempre nuove discipline, o almeno è così che vedo gli ambiti in cui operano i miei committenti. Adoro poter fare ricerca, scendere a fondo esplorando un mondo che non conosco, e poi riuscire a capire qual è il momento di tornare a galla e mettere a sistema le informazioni. Se ho fatto bene la ricerca, a quel punto il legame appare semplice, quasi ovvio. Credo sia quello che chiamiamo “metodo”.

Cesare Bottini

L’idea che si possa ancora cambiare per il meglio ma con un’etica profonda.

Laura Bustaffa

In momenti diversi ho dato risposte diverse a questa domanda. In questo momento mi sto interessando soprattutto al visual/UI design e la più grande soddisfazione è vedere il lavoro finito, qualcosa di tangibile che rappresenta/riflette i miei sforzi. Vedo in cosa sono migliorata dall’ultimo progetto e cosa farò diversamente la prossima volta. Un altro driver è l’amore per l’umanità (vestigia del periodo in cui facevo la user researcher): capire come pensano le persone coinvolte nel progetto, gli utenti finali e trovare la soluzione che metta tutti d’accordo è un buon motivo per andare al lavoro ogni giorno.

Valentina Catena

Vedere le persone che ritrovano senso in ciò che fanno al lavoro. Guardarle mentre , tra colleghi, si guardano con occhi nuovi che va oltre il loro ruolo. Creare contesti di fiducia e spazi sicuri. Arrivare al cuore.

Paolo Ciuccarelli

La curiosità è il motore principale, la cosa che mi piace di più è la possibilità di esplorare territori nuovi e affrontare problemi aperti, tipici della ricerca, lavorare sulle domande più che — o prima che — sulle risposte.

Daniele De Cia

Contribuire a trasformare delle idee in risultati concreti.

Matteo De Santi

L’impatto. La possibilità di incidere sulla vita della gente. In meglio, si spera! Ma quello che è bello davvero è il processo attraverso cui si arriva, alla fine, all’impatto. Il fatto che non si decide a priori, non tutto almeno. Se si progetta per bene, se si raccoglie per bene il potenziale dell’ambiente, del sistema in cui si opera, se ci si rende davvero permeabili agli stimoli che arrivano, se si sa ascoltare davvero, allora sarà il progetto stesso a dirigere l’impatto. E questo continua ad entusiasmarmi, a stupirmi. Non c’è niente di meglio dello stupore, non trovate?

Federica Fragapane

Come information designer mi piace la possibilità di esplorare temi e storie diverse tra di loro e allo stesso tempo — quando è possibile — di lasciare molto spazio alla sperimentazione visiva. È poi per me molto importante trattare tematiche attuali e urgenti, per comunicarle e aiutarne la comprensione.

Clementina Gentile

“Il sogno del designer è quello di arrivare ai mercati rionali” diceva Munari. Nel mondo digitale non ci sono mercati rionali ma l’idea resta la stessa, solo la scala diventa esponenzialmente più grande. Come designer mi muove — e allo stesso tempo ancora mi terrorizza — l’idea di orchestrare tante piccole azioni, interazioni e transazioni nella vita di tante persone.

Carlo Frinolli

L’idea di poter avere impatto sulla vita delle persone che utilizzeranno l’oggetto del mio lavoro: che sia un servizio o un prodotto digitale. Il fatto che questo impatto possa facilitare la vita a qualcuno, anche in modo non plateale. Ma anche la possibilità di comprendere in modo più approfondito alcuni aspetti dei settori in cui operiamo. Insomma, il substrato che mi muove è il fatto che imparo moltissimo ogni volta che approccio una nuova sfida: settori diversi, logiche diverse. Capire come funzionano, perché così. Poi, quando trovi il punto esatto in cui intervenire e hai impatto, beh questo vale il prezzo del biglietto.

Marco Giglio

All’inizio ero alla ricerca della semplicità e della “bellezza” di una soluzione. Era la costruzione di un’opera artigianale, cesellata a mano, che mi gratificava. Poi è diventata la ricerca di un significato che potesse indirizzare le applicazioni della tecnologia verso soluzioni desiderabili o per lo meno sensate. Oggi, il desiderio di poter contribuire alla costruzione di un mondo in cui la tecnologia valorizzi l’uomo espandendone le capacità invece di sostituirsi a lui.

Salvatore Larosa

Tre cose:

  • Sapere che quello che faccio migliorerà la vita delle persone;

  • Cercare di superare i competitor;

  • Trasformare il modo di lavorare dei colleghi fondendo i mindset di design, organizzazione e business.

Erika Lauro

Ricercare problemi da risolvere e lavorare insieme ad un team per trovare le soluzioni migliori.

Laura Licari

Metà della passione è data dalla sensazione di trovarsi ai piedi di una montagna quando ci si approccia ad un nuovo problema strategico, quel mix di entusiasmo e curiosità ma anche di reverenza per la dimensione e la scala del tema su cui si può (o, più spesso, si deve) avere un impatto. L’altra metà è data dal feedback sul risultato — se positivo perché dà immediata soddisfazione vedere il proprio impatto, se negativo perché permette di fermarsi, riflettere e definire nuovi, intentati, percorsi.

Debora Manetti

Nel visual design ci sono molti livelli a cui si può lavorare… A volte ci è sufficiente portare a casa il lavoro ben fatto quanto basta; a volte si verifica la fortunata serie di eventi per cui — per cliente, progetto, momento lavorativo e personale — sentiamo di poter investire con qualcosa di più. Personalmente, a “muovermi” in questa direzione è normalmente la natura empatica del rapporto con il cliente. Ritengo che il cuore pulsante del lavoro di un designer sia nella relazione umana con il committente. La fiducia, l’ascolto e la stima reciproca sono normalmente il carburante per un progetto memorabile, perché è dalla giusta domanda del committente che nasce l’intuizione per una risposta visiva che possa fare la differenza.

Silvia Minenti

Lo studio, la ricerca e l’analisi. La cosa che davvero mi appassiona è poter conoscere mondi diversi, lontani da me o semplicemente che non conosco; approfondirli e capirne i meccanismi per poterli migliorare, farli miei. Capire come funzionano le cose credo sia un privilegio dei progettisti a cui non dovrebbero rinunciare mai, inoltre, riuscire a visualizzare la complessità, poterla rendere più leggibile e, perché no, piacevole, mi da molta soddisfazione.

Alessandro Nasini

Forse, in assoluto, la possibilità di cambiare in meglio le cose (qualunque sia l’ambito) anche solo smontandole e rimontandole in un modo diverso.

Daniela Petrillo

Non avevo mai risposto pubblicamente a questa domanda ma credo che mi muova lo spirito polemico. Mettere tutto in discussione e non accontentarmi mai della prima risposta che mi viene fornita è un atteggiamento naturale e intrinseco del mio carattere, per cui mi sento molto a mio agio nell’esercitare il mio mestiere perché mi permette dei picchi di genuinità che (quasi sempre) poi si trasformano in soluzioni sensate.

Domenico Polimeno

La curiosità. Sono sempre stato molto curioso e nel mio lavoro ogni giorno c’è qualcosa da scoprire ed imparare!

Antonio Romano

Sognavo un mondo migliore e, inseguendo questo ideale di bellezza, ho scelto il design come mezzo per realizzarlo.

Giovanni Ruello

Il brivido di un nuovo progetto che comincia, l’esplorazione di un contesto, la sensazione di lavorare in qualcosa che cambia pelle e si rinnova ad ogni ripartenza. È bello stare a contatto con le persone, imparare costantemente qualcosa di nuovo su tecnologie, sulla metodologia del lavoro e su me stesso.

Daniela Sangiorgi

Io lavoro nel mondo della ricerca del design, con un fuoco sull’innovazione dei servizi. La mia motivazione originale era quella di favorire lo sviluppo di questa nuova disciplina — Service Design — a livello internazionale. Ora mi interessa di più seguire progetti che possono avere un impatto reale in particolare nell’ambito del settore pubblico.

Daniela Selloni

La diversità dei progetti che affronto e la diversità degli aspetti da considerare in uno stesso progetto. Il fare “regia” in generale è una cosa che mi piace, per dirla con una metafora, “unire i puntini”. L’altro aspetto forte è quello della spinta visionaria, il progetto viene meglio se ho una visione che mi guida, spesso è solo istintiva, anche se il lavoro maggiore avviene dopo, per “addomesticare” e condividere questa visione.

Luca Simeone

L’aspetto artigianale, del fare.

Cristiano Siri

Ci sono momenti nelle sessioni di Design Partecipativo e di Design per il Cambiamento che facilito, dove nel gruppo è evidente che per la prima volta il sistema veda se stesso. Un’entità terza si manifesta e offre una nuova consapevolezza, all’interno del campo del gruppo di lavoro emerge una profonda chiarezza e direzione, che muove da un punto cieco che non è più tale. Il momento prima sembrava non si potesse trovare una sintesi, diverse e spesso contrastanti linee di pensiero affollavano e confondevano il campo, si era in quella che alcuni chiamano la ”Groan Zone” (e altri hanno ribattezzato ”Growth Zone”), magari si era scorati, rassegnati, frustrati. Quando riesco a costruire nel gruppo fiducia, così da stare abbastanza a lungo in questa “Groan Zone”, amplificando il campo di ascolto reciproco, facendo emergere tutti i punti di vista, disinnescando la reattività, a volte allora avviene un cambio energetico nel gruppo. Lo si può avvertire in maniera percettiva, come un cambio nella densità dell’aria e per il fatto che lo sfondo di silenzio sempre presente prorompe in primo piano, si rallenta (come dice Bayo Akomolafe ”The Times are Urgent: Let’s Slow Down”). Ed è lì che avviene quanto descritto: per la prima volta il sistema vede se stesso, un’entità terza si manifesta e offre una nuova consapevolezza, all’interno del campo del gruppo di lavoro emerge una profonda chiarezza e direzione, che muove da un punto cieco che tale non è più. Spesso nemmeno le persone, a un certo livello, sono più le stesse, da quel momento iniziano ad agire nei confronti del progetto da una sorgente diversa. Questo nel mio lavoro è impagabile. Questo mi muove.

Alberta Soranzo

It’s what we call the “lightbulb moment”. When people realize that everything is connected, and that you can’t just design an interface or an app and expect that a switch will magically flip, or launch a product without considering how your organization will then support it. It’s when I manage to connect the (design) decision, any decision, to its points of impact, inside organizations and in the market.

Clizia Welker

Quando faccio ricerca utente entro in punta di piedi nel mondo dell’altro e provo a cogliere la sua prospettiva e i suoi significati profondi. Mi piace perché è una delle modalità che conosco per sperimentare la connessione con gli altri e rendermi permeabile ad altri punti di vista. Quando esploro e analizzo informazioni, dati ed evidenze invece mi trasformo in una feticista del mappare e organizzare, individuare pattern, creare un senso e un ordine. E questo evidentemente mi piace perché appaga un mio desiderio di controllo ;-) In generale, amo questo lavoro nella misura in cui è collaborativo e porta collaborazione, facilita la comunicazione, abilita la creazione condivisa: ad esempio mi sento orgogliosa del mio lavoro quando riesco a contribuire a costruire chiarezza di intenti e di visione presso un cliente.

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