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Dino Amenduni

È lo scontro tra il mio modo di lavorare (molto denso, costante, per molte ore al giorno e costantemente con 40 finestre del browser aperte oltre che con centinaia di notifiche da gestire) e chi, invece, ha un lavoro con meno compiti da seguire in contemporanea, meno urgenze da gestire, e che però altrettanto lecitamente si aspetta che tu sia pronto esattamente nel momento in cui si ha bisogno di te. È uno scontro tra mondi, non c’è chi ha ragione e chi ha torto, bisogna fare un grande sforzo di negoziazione. Al momento un piccolo adattamento che sto provando a fare è portarmi il lavoro più di concetto lontano dall’ufficio, quindi di sera o nei fine settimana, quando le notifiche e le pressioni degli altri sono minori, c’è più silenzio e posso stare più concentrato, su meno cose, per più tempo. Ma è un modello che chiaramente ha conseguenze negative sulla qualità della vita e non è sostenibile per un tempo infinito, quindi è probabile che nel lungo periodo dovrò puntare anche io a ridurre la quantità di stimoli da gestire contemporaneamente.

Simone Borsci

La gestione del tempo è il problema maggiore. Nonostante mi sforzi per avere una agenda rigida e calibrata, purtroppo non sempre è fattibile e questo porta a ricadute sul piano della realizzazione dei task. La mia nuova, e più recente strategia, è stata quella di cominciare a dire molti più no.

Laura Bortoloni

Il lavoro di progettazione è un lavoro di mediazione, nel senso più ampio del termine. È un lavoro dialettico, che implica le relazioni e anzi ha senso proprio nei processi. E io sono un INTJ-T, insomma, non il più brillante degli animali sociali. Più che una difficoltà da superare, direi che si tratta di imparare a fare i conti con la propria personalità e usarla con franchezza e serenità nelle relazioni.

Cesare Bottini

Avere a che fare con persone che si improvvisano creativi, designer, strateghi, manager e leader; quando accade mi improvviso Dalai Lama e tutto sembra andare meglio.

Laura Bustaffa

Di nuovo, una risposta bifronte.

  • La ripetitività dei problemi che mi trovo a risolvere. Come UX designer mi trovo a rispiegare certi principi e regole quasi ad ogni nuovo progetto, e comincia ad essere frustrante. La soluzione qui è cercare clienti più maturi dal punto di vista dello UX design, ma anche trasformare in una forza le proprie debolezze: affinare le tecniche per spiegare quei principi e regole e far crescere il cliente più velocemente.

  • L’insicurezza. Quando mi trovo in territori sconosciuti mi è fin troppo facile dubitare delle mie idee o della solidità delle mie soluzioni di design. La soluzione che ho trovato è chiedere riscontro ai colleghi, clienti, amici designer senza paura e nel modo appropriato, fare domande, guardarsi intorno. Realizzare che l’insicurezza c’è e rimetterla al suo posto. Nello sgabuzzino delle scope.

Valentina Catena

La difficoltà principale è a volte sviluppare con il committente una relazione di partnership in cui le persone siano sempre al centro. Nella fase di co-creazione, non entriamo già con risposte certe ma costruiamo di volta in volta un percorso. Questo a volte si scontra con l’assunto che il consulente sia un fornitore, che esegue una ricetta pronta. È un po’ una danza tra la libertà creativa e la struttura. Per superarla lavoro sull’aspetto relazionale e sulla compassione, ponendo le basi di una relazione di aiuto quanto più connessa possibile non solo alle esigenze organizzative e a quelle per partecipanti degli incontri, ma anche alle motivazioni profonde del committente.

Paolo Ciuccarelli

Nel lavoro con i dati la difficoltà più grande è convincere l’interlocutore del vantaggio che si ha quando il design lavora al processo di trasformazione fin dall’inizio, e quanto si perde invece se lo si coinvolge solo alla fine della catena: il valore prodotto sarà significativamente inferiore. Si fa ancora fatica a pensare al design come una disciplina di ricerca, capace di partecipare al processo di produzione dei dati, non solo alla loro rappresentazione visuale.

Daniele De Cia

La vera fatica quotidiana sta nel guadagnarsi il lusso di restare focalizzati su un tema per volta… ma non ce la posso fa’.

Matteo De Santi

Il tempo. Eh già. Bella scoperta! Nel mio lavoro, come nella vita, il mio bisogno primario ed il limite che più mi risulta intollerabile è appunto il tempo. Ovviamente intendo la sua mancanza. Perché sono troppe le cose che sarebbe bello fare, sia dentro i progetti che lì fuori, nel mondo. E troppe le persone che, in generale, si meriterebbero più tempo, più cura, più attenzione. Ma in fondo credo sia semplicemente perché sono figlio di uno che, di mestiere, aggiusta orologi. :)

Federica Fragapane

Ogni volta che progetto una nuova visualizzazione, soprattutto nei casi in cui posso sperimentare visivamente, creo un nuovo alfabeto visivo, una serie di lettere visuali con cui raccontare temi e dati. Non so se sia la difficoltà maggiore, ma sicuramente un punto cruciale che segue questa fase di creazione è l’atto di “uscire” dalla mia mente e far sì che questo nuovo alfabeto venga capito e utilizzato correttamente dai lettori. Progettare leggende e chiavi di lettura chiare è molto importante, soprattutto nel caso di visualizzazioni complesse e ricche di livelli di informazione. Ed è importante non dare per scontati aspetti che per me, in quanto autrice della visualizzazione, potrebbero esserlo. Per questo motivo testare i miei progetti in corso d’opera è un’attività per me utilissima: lo faccio sempre e i miei genitori sono i miei tester preferiti! Perché non sono esperti di data visualization e rappresentano quindi la maggior parte dei miei potenziali lettori.

Carlo Frinolli

Una delle più frustranti appartiene all’insieme semantico: non ho capito il valore del lavoro che fai. Il problema di cultura e comprensione di quel che facciamo è quello più complicato da affrontare ma anche quello che dà più soddisfazione da aggirare e da abbattere. Perché se il tuo ruolo non è compreso, la soluzione non è accettabile, quindi adottabile e non dà i risultati possibili. Per superare questa diffidenza, sono anni che abbiamo deciso di investire nella diffusione della cultura del Design anche verso persone che ne hanno meno percezione. Dalle conferenze (WUDRome dal 2014 e in misura minore WIADRome), ai meetup, passando per il podcast. Una volta fatta breccia nella percezione del nostro lavoro, si aprono praterie di fiducia che ci permettono di costruire collaborazioni continuative, durature e assolutamente salde.

Clementina Gentile

Una delle difficoltà che incontro quotidianamente è la serie di pregiudizi e preconcetti che alcuni stakeholder del progetto hanno riguardo gli utenti. Provo a superarla cercando di creare empatia per gli utenti e presentando quanto più possibile nel “loro linguaggio” i risultati delle ricerche che conduco insieme agli altri colleghi dello UX team.

Marco Giglio

Sono tanti i progetti partiti con la migliore delle intenzioni ma che, alla prova dei fatti, trovano enormi barriere nella fase di ricerca di insight genuini e effettivamente rilevanti. In generale l’apertura verso l’esplorazione e la comprensione dei propri clienti e dei propri stessi bisogni rimane difficile per cultura aziendale e tempi di progetto. La divergenza per molti è ancora una parola con un suono sinistro e non invece la fase in cui si crea valore. Anche nella generazione delle soluzioni è raro esplorare vere alternative e la cultura del fallimento è ancora un tabù. Per superare queste difficoltà occorre costruire progressivamente consapevolezza e fiducia e provare con i risultati la validità dell’approccio.

Salvatore Larosa

La costruzione del mindset collettivo. Molti problemi di allineamento su vision e orientamenti di progetto nascono da una mancanza di forte condivisione, buon team building e analisi di contesto a livello collettivo. Perfino la comunicazione interpersonale diventa problematica in quanto essa viene mediata e trasformata dalle “lenti cognitive” che ciascun membro del team indossa. Il secondo grande problema è la costruzione della fiducia all’interno del team, principalmente come sicurezza della possibilità di portare le proprie idee. Nel mio approccio cerco sempre di ottenere l’empowerment delle persone e d’impedire che nel team ci siano voci più forti di altre. Lato designer ritengo sia importante maturare la capacità di spiegare proposte e alternative usando il linguaggio e le sensibilità degli altri membri del team.

Erika Lauro

Sicuramente la maggiore difficoltà che incontro da sempre nel mio lavoro è dimostrare il valore “intangibile” del design. Rendere un team o un’azienda maturi a livello di design è un processo lento, fatto di comunicazione e pazienza. Non so ancora se ho trovato la quadra!

Laura Licari

Oggi il maggiore problema è l’eccessiva fama delle metodologie di design a scapito della comprensione della ragione per applicarle. Ricondurre l’aspettativa sul “come” e sul “processo” ad una maggiore chiarezza rispetto al “perché” della richiesta è spesso il primo passo che sblocca i progetti e aiuta a valorizzare l’applicazione del metodo di design.

Debora Manetti

Naturalmente, il rapporto con il committente è tanto la chiave del successo quanto la più forte potenziale fonte di preoccupazioni. Quando non si ha la fortuna di trovare il giusto feeling con il cliente è d’aiuto un mix di pazienza, umiltà e diplomazia; quando nemmeno questi sono sufficienti entrano in campo le soluzioni diplomatiche per una corretta via d’uscita, indolore per entrambe le parti. In ogni caso direi che la diplomazia è la parola d’ordine, unitamente a un contratto di fornitura ben stilato.

Silvia Minenti

La prima cosa che mi viene in mente è la diffidenza. Il mio lavoro, pur essendo un lavoro che esiste da molto tempo, è mutato nel tempo, ha cambiato nome, ambiti e strumenti. Questo disorienta molto le persone con cui lavori o a cui ti proponi, sopratutto in Italia, in cui possiamo affermare che, al netto di alcune eccezioni, non siamo una nazione design-driven. Una delle mie missioni è convincere le persone che una forte cultura del progetto e un metodo sono necessari per pensare, disegnare ed erogare prodotti e servizi efficaci, efficienti e che piacciono alle persone. Per farlo servono designer e non un’idea geniale nel cuore della notte, perché un buon progetto può sostituire anche i colpi di fortuna e, alla fine dei conti, costa meno! Per superare la diffidenza cerco di mettere in pratica il più possibile ciò in cui credo (la cultura del progetto, la metodologia e l’approccio…), perché i designer alla fine sono persone pratiche.

Alessandro Nasini

Su tutte, spiegare e far apprezzare la complessità come valore non negativo e renderla comprensibile. Per superare il problema mi documento e studio fino a che non riesco a padroneggiare il tema specifico tanto da saperlo spiegare in modo sintetico ed efficace.

Patrizia Marti

Difficoltà culturali dovute al fatto che lavoro in team multidisciplinari e con stakeholder con ruoli e background diversi. Per superare queste difficoltà devo assumere il ruolo di facilitatore, cosa che comporta il cercare di assumere il punto di vista dell’altro. Per fare questo è necessario prepararsi molto prima di condurre una sessione di design partecipativo o di co-design, e adottare metodologie che ho consolidato con il tempo e l’esperienza sul campo.

Daniela Petrillo

L’ignoranza, intesa nella sua accezione più pura. Purtroppo, soprattutto tra Milano e i suoi dintorni, lo storytelling sul design è viziato e mal posto, dunque mi scontro quotidianamente con persone che da me si aspettano cose “fighe, di desain”, ancillari, che arrivano dopo a rendere belle cose che belle non sono. Tocca a me svelare loro che il design non è la panacea di tutti i mali (procurati da loro, tra l’altro) e che il valore aggiunto della mia visione, che è di sicuro anche quello di una cultura visiva molto sviluppata, è anche quello di saper lavorare sull’intera filiera per giungere all’utente finale con sempre maggiore consapevolezza. Per questo da diversi anni parte del mio lavoro quotidiano consiste in riunioni, presentazioni, distribuzione di casi studio, tentativi (quando possibile) di scardinare il “si è sempre fatto così” senza evitare lo scontro. È stancante, ma soprattutto nel mio settore, quello sanitario, fatto di priorità e vite umane VERE, ogni piccolo spazio di parola e di contributo conquistato assume un valore inestimabile.

Domenico Polimeno

La resistenza al cambiamento e la paura dell’incertezza. Il cambiamento e l’incertezza sono due elementi importanti dei processi di design, ma gli esseri umani paradossalmente sono “programmati” per resistere al cambiamento ed evitare l’incertezza. Spesso si deve fare un lavoro di educazione molto profondo che richiede ascolto e pazienza. I primi anni ho davvero faticato, poi grazie alle esperienze e ai consigli di alcuni miei mentori ho cercato di lavorare tanto su come ascoltare, perché solo cogliendo i segnali deboli e lavorando di comprensione si può eliminare la resistenza.

Antonio Romano

Tutta la nostra attività è ricondotta a processi. Nonostante questi punti fermi, la condivisione spesso non si traduce in comprensione: quella con il cliente, quella con i colleghi. Un ambito problematico che richiede sforzi enormi in riunioni, documenti, layout…

Giovanni Ruello

Il design è un atto di progettazione che sottintende il cambiamento. Chi non è aperto al cambiamento, non può progettare qualcosa di diverso dallo status quo. La chiusura al cambiamento è la difficoltà maggiore che incontro nel mio quotidiano. Provo a superarla cercando persone che offrano terreni fertili, passione e lungimiranza.

Daniela Sangiorgi

Trovare il tempo per leggere, pensare e scrivere!! È fondamentale per sviluppare direzioni valide e di rilievo di ricerca-azione, cercare di rimanere aggiornati e identificare ambiti di lavoro che siano strategici per lo sviluppo del settore. Altro problema considerevole è la mancanza di canali di finanziamento a livello nazionale che riconoscano il design come ambito di ricerca di valore per la ricerca accademica nazionale. In generale il design fatica ad essere riconosciuto e valorizzato.

Daniela Selloni

La difficoltà maggiore, occupandomi di service design, è fare un lavoro culturale con i clienti, far capire che bisogna adottare un approccio sistemico o quantomeno incrementale. Incominci a cambiare qualcosa, ma poi poco a poco devi cambiare anche altri pezzi altrimenti il sistema non funziona. L’altra difficoltà è legata alla mia attività di applicazione di metodi e strumenti di co-design: far capire che la co-progettazione è una cosa seria che può portare a dei risultati più ricchi e originali non è semplice. Viene sempre scambiata per un qualcosa da fare perché fa team building o perché bisogna fare un evento coinvolgente. Questa tensione tra processo e risultati porta spesso problemi e non è sempre chiara. Non solo, rende il co-design molto faticoso, anche e sopratutto dal punto di vista emotivo.

Luca Simeone

Ricordarmi di adottare una prospettiva di lungo termine, così come suggerito dalla The Long Now Foundation.

Cristiano Siri

Riscontrare che rarissimamente ci si domanda perché davvero si stia progettando (o chiedendo di progettare) quel prodotto o servizio. La supero domandandomelo e, talvolta, domandandolo.

Alberta Soranzo

Senza dubbio gli ostacoli maggiori sono la resistenza al cambiamento e la paura del diverso che incontro in colleghi e clienti. Superare questi ostacoli richiede dosi infinite di pazienza ed empatia. Troppo spesso vedo designer (soprattutto giovani, purtroppo) affrontare progetti e colleghi meno “moderni” con una certa arroganza… Ritengo sia nostro dovere applicare a colleghi e clienti gli stessi principi di empatia che predichiamo come necessari nei confronti degli utenti dei nostri progetti.

Clizia Welker

La prima sfida che mi viene in mente è quella di fare acquisire ai clienti una visione e una cultura collaborativa. Come designer ritengo questo aspetto importante perché facilita il nostro lavoro e pone inoltre le basi per creare un impatto a lungo termine, anche quando il nostro lavoro sarà finito. La collaborazione, per come la intendo, include tanti aspetti: la condivisione della conoscenza, la cultura di includere e tenere nel loop tutti gli stakeholder, la trasparenza della comunicazione, la consapevolezza dell’efficacia di lavorare insieme (che supera la comodità o la gratificazione di portare avanti il proprio lavoro individualmente) e di conseguenza la capacità di organizzare il lavoro in tutte le sue fasi secondo questi valori. La ritengo una cosa difficile perché tutti questi aspetti sono fortemente legati ad una cultura personale prima ancora che ad una cultura aziendale, e trovo che il saper orchestrare una molteplicità di personalità differenti sia una delle cose più sfidanti e gratificanti al tempo stesso.

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